Legge Valtellina: trent'anni dopo la catastrofe


Nonostante restino irrisolti i nodi dei "bacini prioritari", sono stati attuati interventi e programmi realizzati per oltre 1,2 miliardi su stanziamenti complessivi oltre i 5 miliardi.

Trent’anni fa, con violenti e incessanti nubifragi, prendeva avvio una delle più drammatiche stagioni del versante italiano delle Alpi, con un bilancio finale di 53 vittime. Una interminabile pioggia che ha rovesciato in pochi giorni fino a 400 mm di precipitazioni, e una sequenza di tragedie, culminate dapprima nella frana che, in Val Tartano, seppelliva l’Hotel Gran Baita il 18 luglio e, dieci giorni dopo, l’immane schianto con cui rotolava a valle, a una velocità di 400 km/h, una massa di 40 milioni di mc di rocce che in pochi secondi dal Monte Zandila seppellivano l’abitato di Sant’Antonio Morignone e distruggevano il vicino borgo di Aquilone, formando il tappo nel fondovalle alle cui spalle le acque dell’Adda risalivano a formare l’effimero Lago di Pola. Il lago tenne incollati gli italiani alle dirette TV con il resoconto della ‘tracimazione controllata’, mentre i ministri dell’epoca, prima Zamberletti e poi Gaspari e Prandini, facevano la spola tra Roma e la provincia valtellinese. Erano rappresentanti di premier del calibro di Goria, De Mita, Andreotti; una generazione di politici che non aveva ancora conosciuto Tangentopoli, in anni in cui il contatore della spesa pubblica girava a ruota libera, fu quella che approvò la legge 102/90, Legge Valtellina. Una legge speciale che si è fatta carico di affrontare i costi della ricostruzione e di avviare un piano di sviluppo, ma che prevedeva anche un rilevante stanziamento per opere di messa in sicurezza e prevenzione. Ai valori dell’epoca, si trattava di 1100 miliardi di vecchie lire per la ricostruzione e sviluppo, e di ben 1300 miliardi per la difesa suolo; in tutto Stato, Regione, Magistrato del Po (oggi AIPO) e Cassa Depositi e Prestiti dovevano amministrare la bella somma di 2.400 miliardi, che in valuta attualizzata equivale a circa 2,4 miliardi di euro considerando sia il cambio lira/euro che l’inflazione. Questo senza contare gli stanziamenti per la fase dell’emergenza, oltre 800 miliardi con legge regionale, e i ‘trascinamenti’ richiesti ai successivi bilanci dello Stato, che hanno fatto lievitare le somme fino a una stima di complessivi 5-6000 miliardi di vecchie lire, tra opere di sicurezza e programmi di sviluppo e infrastrutturazione.

Molte di quelle risorse sono state spese in opere evitabili: cementificazione di corsi d’acqua, canali di gronda rivelatisi inutili, ciclopiche arginature, strade: numerosi casi che Legambiente ha puntualmente documentato nell’arco del trentennio trascorso, mentre nel fondovalle Valtellinese si completava la silenziosa cementificazione ad opera di nuove urbanizzazioni, capannoni e strade, in molti casi nuovi potenziali bersagli per futuri malaugurati dissesti.

Ad essere ancora irrisolti sono invece i nodi dei ‘bacini prioritari’, che avrebbero dovuto, paradossalmente, intercettare i più importanti interventi per il riassetto e la sicurezza: Val Pola, Val Tartano e, soprattutto, bacino del Mallero, che ancora incombe con la frana di Spriana direttamente sul capoluogo valtellinese. “Il nulla di fatto per quanto riguarda il canale di by pass delle acque del torrente, da attivare nel caso la frana ne ostruisse il deflusso, è un vero monumento alle opere incompiute, con la ‘talpa’ ancora sepolta e incastrata nelle profondità della montagna dove oggi dovrebbe correre l’opera idraulica da cui dipende la protezione dei cittadini sondriesi” denuncia Giovanni Bettini, curatore del rapporto.

In ogni caso oggi, trent’anni dopo la catastrofe, le somme sono state spese, sia pure con enormi ritardi sulla road map iniziale. In gran parte intercettate da opere stradali, in particolare il nuovo imponente tracciato della Statale 38, in cui il gigantismo ha preso il posto del buon senso: la doppia corsia fino a Cosio fa a pugni con i ritardi sui progetti delle indispensabili opere di circonvallazione dei centri di Morbegno e Tirano; per non parlare delle opere ferroviarie, che la legge Valtellina indicava come priorità: “chi le ha viste?”

A restare insoddisfacenti sono anche i programmi di manutenzione diffusa, rimasti in larga parte un buon proposito, anche perché in trent’anni non sono stati sviluppati strumenti gestionali, atti a valorizzare un’attività manutentiva del reticolo idrico e dei versanti che avrebbe senso venisse assolta dagli operatori esistenti: le imprese agricole e forestali. “Qualcosa davvero non funziona se in un’economia agricola che beneficia di notevoli trasferimenti pubblici attraverso la PAC non si sono messi a punto, fino ad oggi, strumenti appropriati a remunerare le attività di manutenzione diffusa del territorio, che restituirebbero in benefici alla collettività le risorse pubbliche investite per sostenere le imprese agricole e forestali: al contrario, in questi anni è proceduto l’abbandono delle aree marginali e allo stesso tempo abbiamo visto dimezzarsi gli effettivi degli operatori dei controlli sul territorio, a partire dalle polizie provinciali, e questo sicuramente, in Valtellina come altrove, non depone a favore della prevenzione”, dichiara Damiano Di Simine, responsabile scientifico di Legambiente Lombardia.

Ma al capitolo acque appartiene un’altra grande incompiuta della Legge Valtellina che prevedeva, addirittura entro sei mesi, la revisione delle concessioni idroelettriche. Concessioni, oggi in gran parte scadute ma ancora operative, che in molti casi risalgono alla prima metà del secolo scorso, epoca in cui bacini, dighe e centrali davano lavoro a una quota rilevante della popolazione. Oggi quelle stesse opere, pur continuando a produrre energia e profitti per le società energetiche, non generano più occupazione, mentre restano e si aggravano gli impatti ambientali e le problematiche di sicurezza di serbatoi e condotte che richiedono rilevanti interventi di adeguamento e mitigazione. “L’idroelettrico in Valtellina non è più sorretto dal patto sociale entro cui aveva potuto beneficiare del sostegno delle comunità locali nei suoi anni eroici, l’intero comparto vive un clima inoperoso di proroga che scoraggia i necessari investimenti, e al territorio restano gli impatti idrici e ambientali e le problematiche di sicurezza: la legge 102 giustamente aveva colto la necessità di un aggiornamento del patto tra usi energetici e territorio, ed oggi, trascorso quasi un trentennio, non possiamo che registrare una situazione divenuta inaccettabile, che rischia in qualsiasi momento di esplodere, con gravissime responsabilità sia della politica che delle lobby collegate ai grandi potentati energetici” denuncia Ruggero Spada, referente valtellinese di Legambiente.

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Pubblicato il11 luglio 2017