Zootecnia lombarda: ripartiamo dall'ambiente


In queste ultime settimane, anche in seguito alla puntata della trasmissione Report andata in onda il 13 aprile 2020 su Rai3, è tornato al centro dell’attenzione un tema di grande rilevanza da un punto di vista sanitario e ambientale: quello della zootecnia e dell’agricoltura intensiva in Lombardia.

I circoli di Legambiente Lombardia ribadiscono la necessità di affrontare i punti critici di questo comparto, sia alla luce dell’emergenza Covid sia alla luce delle direttive europee sulla riduzione dell’inquinamento dell’aria e del suolo. Anche in seguito all’alto tasso di mortalità mostrato dal virus in Lombardia e in particolare in alcune province come Cremona, Lodi, Brescia e Bergamonumerosi studi stanno indagando la possibilità di una correlazione fra inquinamento atmosferico e gravità degli effetti dell’infezione.

In attesa dei risultati di questi studi, ciò che sappiamo per certo è che la Pianura Padana risulta tra le aree più inquinate d’Europa e che l’esposizione ai fattori inquinanti ha gravi ripercussioni sul sistema respiratorio, cardiocircolatorio e non solo. Proprio per questo è necessario ridurre l’impatto di tutte le fonti emissive: trasporti, industria, riscaldamento, agricoltura. La concentrazione degli allevamenti zootecnici nella pianura lombarda è infatti la più alta in Italia e fra le più alte in Europa, e Arpa Lombardia ha certificato un significativo contributo del settore agricolo all’inquinamento dell’aria, in particolare riguardo alla formazione del particolato secondario attraverso le emissioni di ammoniaca che provengono quasi totalmente (circa il 97%) da questo settore: l’ammoniaca si combina infatti con gli NOx, generati soprattutto dal traffico, per formare sali d’ammonio, che compongono anche oltre il 50% del particolato sottile misurato in atmosfera.

L’attuale sistema zootecnico e lo spandimento dei liquami hanno inoltre un notevole impatto anche su suolo e acqua: i composti azotati in eccesso infatti sono all’origine dell'inquinamento da nitrati di fiumi, canali e falde acquifere da cui attingono pozzi e acquedotti. Per esempio le acque potabili in diversi comuni della provincia di Brescia hanno un contenuto di nitrati molto vicino a limite stabilito dalle norme del settore. Davanti a tutto questo, poniamo alcune domande: perché non si applica anche alla zootecnia un “indice di pressione” per impedire il continuo aumento degli animali allevati in zone già sature? A titolo di esempio, oggi la nostra regione accoglie oltre il 50% del patrimonio suinicolo nazionale, con oltre 4 milioni di capi allevati: fino a quando il territorio basso-padano potrà reggere questi numeri? E perché non si intensificano i controlli sul corretto spandimento dei liquami zootecnici e sul rispetto della buona pratica agricola?

I circoli di Legambiente Lombardia rivolgono perciò un accorato appello ai sindaci delle province interessate affinché si uniscano alle nostre sollecitazioni per un’approfondita valutazione degli impatti sanitari e ambientali del comparto e per chiedere un serio piano regionale e nazionale per fermare gli eccessi delle monocolture e degli allevamenti intensivi, trasferendo le risorse europee a beneficio della zootecnia e dell’agricoltura sostenibile. A maggior ragione in questa fase in cui a livello europeo si sta discutendo la nuova PAC, anche nei nostri territori è necessario ripartire da una nuova agricoltura più diversificata, meno impattante per l’inquinamento e il clima e che sia sostenibile per tutti gli attori coinvolti: i produttori, i consumatori, l’ambiente.

Pubblicato il15 giugno 2020