Smog. E' Cremona il primo capoluogo a esaurire la franchigia europea da inizio anno: 36 giorni di aria tossica


Traffico, riscaldamenti e metallurgia le prime tre fonti di emissioni in città: “L’acciaieria convive con il tessuto urbano, pertanto deve migliorare le proprie prestazioni e spostare su ferro la propria logistica”

Da oggi Cremona è fuori legge. È il primo capoluogo di provincia lombardo a sforare la ‘franchigia’ tollerata dalle norme europee: quei famigerati 35 giorni all’anno per i quali l’UE considera che i cittadini possano continuare a respirare smog con concentrazioni di polveri sottili superiori a 50 microg/mc.

Quest’anno è iniziato con una pessima aria in Valpadana: i dati delle centraline sono impietosi e ci riportano indietro alle annate peggiori, quando i mesi invernali erano dominati dal grigiore dello smog. In un quadro sconfortante, che mostra quanto fino ad oggi siano state insufficienti le misure adottate nella nostra regione, a Cremona va anche peggio. Da oggi, infatti, i cremonesi hanno già respirato più polveri sottili di quelle che l’Unione europea ritiene tollerabili nell’arco di un intero anno. È ancor più grave se si pensa che di giorni, dall’inizio dell’anno, ne sono passati solo 47. Vale a dire che a Cremona città, secondo i dati delle due centraline ARPA installate, si è respirata aria più che malsana per 3 giorni su 4. Anche per quanto riguarda la concentrazione media di polveri sottili (che dovrebbe restare sotto i 40 microgrammi/mc) le cose vanno decisamente male, in tutti i capoluoghi ma di nuovo il record resta quello cremonese

“A Cremona, come in tutta la Lombardia, la prima azione di contrasto allo smog resta senza dubbio la lotta senza quartiere alla mobilità insostenibile, in primo luogo quella supportata da motorizzazioni diesel, e un’energica terapia di trasporto collettivo e uso della bicicletta per gli spostamenti urbani – sottolinea Giovanna Perrotta di Legambiente CremonaC’è bisogno di forti interventi regolativi coordinati dalla Regione ma occorre anche abbandonare, una volta per tutti, gli insulsi progetti di nuove grandi opere stradali, dal Terzo Ponte alla Cremona-Mantova e al TIBRE, per investire sul trasporto ferroviario”.

All’origine del problema ci sono sicuramente singolarità meteoclimatiche di queste settimane da inizio 2017 e certo il capoluogo cremonese, collocato proprio sul fondo del catino padano, sottovento rispetto l’area metropolitana lombarda, soffre più di altre città la criticità che affligge tutto il Nord Italia. Abbiamo però voluto verificare, sulla base dell’inventario regionale delle fonti emissive (INEMAR), quali siano le cause d’inquinamento ubicate nel territorio cittadino. Dai dati a disposizione emergono alcune conferme, a partire dal ruolo preponderante del traffico automobilistico e commerciale. Dalla mobilità su gomma dipende un terzo delle emissioni di polveri primarie e oltre la metà di quelle di Nox, gli ossidi d’azoto che, oltre ad essere tossici in sé, sono anche precursori della formazione delle cosiddette ‘polveri secondarie’. Tali polveri derivano principalmente dalla reazione chimica tra ossidi d’azoto e ammoniaca che, nell’atmosfera cremonese, è presente in abbondanza a causa delle emissioni sia prodotte da liquami che da attività zootecniche.

Distanziata, ma pur sempre molto rilevante, è la voce ‘riscaldamento domestico’, che pesa per un quarto delle emissioni primarie di polveri e per il 15% di quelle di Nox, ma che per ovvie ragioni si concentra nei mesi più freddi. Sostituzione di caldaie, approvvigionamento da fonti rinnovabili (come per esempio come le pompe di calore) e misure di rinnovamento energetico degli edifici restano gli imperativi per la lotta a smog e sprechi energetici.

I contributi inquinanti che sono invece più specifici di Cremona, e che possono almeno in parte spiegare la situazione grave dell’aria nella provincia, sono quelli delle emissioni industriali. In particolare, secondo INEMAR, due singole fonti pesano moltissimo sul bilancio emissivo: gli ossidi d’azoto rilasciati dal camino dell’inceneritore e le polveri derivanti dalle attività dell’acciaieria, che recentemente ha aumentato la sua capacità produttiva, e che incidono per un quinto sulle emissioni.

“Da tempo diciamo che a Cremona dell’inceneritore non c’è più bisogno - dichiara Barbara Meggetto, presidente di Legambiente Lombardia È arrivato il momento di dire stop all’agonia di questo impianto, che è ormai arrivato a fine corsa. Ma anche l’acciaieria Arvedi deve migliorare la propria compatibilità: stiamo parlando di una delle più grosse metallurgie italiane, che sorge a pochi metri dalle case di una città di oltre 70.000 abitanti. Se un impianto così problematico vuole continuare a convivere con la città, deve migliorare di molto le proprie prestazioni ambientali, sia nello stabilimento che nella logistica, spostando su ferro gran parte delle proprie movimentazioni di materie prime e lavorati”.

Pubblicato il17 febbraio 2017