Processo Tamoil: "Una condanna per disastro ambientale colposo"


Legambiente: "Vittoria a metà. Con gli ecoreati gli imputati avrebbero dovuto rispondere anche di inquinamento ambientale"
Ultima tappa del processo d’appello a carico dei manager della Tamoil accusati di avvelenamento delle acque per aver inquinato la falda a Cremona. Oggi la Corte d'assise di Appello di Brescia ha stabilito la condanna a 3 anni di reclusione per disastro innominato ambientale aggravato e l'assoluzione degli altri 4 imputati, confermando i risarcimenti alle parti civili decisi dal Tribunale di Cremona in primo grado.
"Siamo soddisfatti solo a metà: con la condanna di uno dei dirigenti per disastro ambientale colposo è fatto salvo il principio 'chi inquina paga' e questo è un fatto positivo - dichiara Sergio Cannavò, responsabile Ambiente e Legalità di Legambiente Lombardia - Resta l'amaro in bocca perché, se all'epoca dei fatti ci fossero stati gli ecoreati introdotti solo nel 2015, probabilmente sarebbe stato contestato anche il delitto di inquinamento ambientale, con esiti completamente diversi".

La vicenda processuale nasce con un esposto in Procura del 2007, a cui hanno fatto seguito le indagini e nel 2012 il rinvio a giudizio di 5 dirigenti della raffineria Tamoil di Cremona, nel quale si erano costituiti parte civile il Comune di Cremona, Legambiente Lombardia e le società sportive rivierasche. L'ipotesi accusatoria era la contaminazione dell'area ad opera di sostanze idrocarburiche provenienti dall'impianto. Ne è scaturito un procedimento penale di primo grado durato poco più di 2 anni, con quasi 40 udienze e una perizia tecnica disposta dal giudice, che si è concluso con  una  assoluzione e quattro condanne per disastro ambientale colposo e doloso e per la contravvenzione di omessa comunicazione dell'inquinamento. Per il Tribunale di Cremona i quattro dirigenti condannati avrebbero evitato di predisporre provvedimenti di emergenza di messa in sicurezza per fermare le perdite del sistema fognario interno e dei serbatoi, causando in questo modo la grave contaminazione della falda e del terreno e il continuo propagarsi delle sostanze inquinanti nella zona esterna alla raffineria, in particolare a sud verso il fiume Po. Gli imputati nel 2015 avevano presentato appello contro la sentenza, sul quale si è pronunciata quest'oggi la Corte d'assise di Appello di Brescia.
 

Pubblicato il20 giugno 2016