Legambiente chiede al Consiglio regionale di rinviare le norme sugli edifici agricoli


“Rigenerazione urbana low cost in città e una campagna disseminata di sexy shop, spa, uffici e residenze. a chi serve una legge così?”

Domani il Consiglio Regionale della Lombardia voterà il progetto di Legge 83 “Misure di semplificazione e incentivazione per la rigenerazione urbana e territoriale, nonché per il recupero del patrimonio edilizio esistente”, che certamente si prefigge finalità condivisibili: sempre meglio riqualificare aree urbane abbandonate, piuttosto che consumare nuovo suolo per realizzare nuovi quartieri e insediamenti. Peccato, però, che la Regione lasci il conto da pagare ai comuni, che dovranno mettere a disposizione i benefit in termini di riduzione di oneri urbanistici. Ovviamente c'è una controindicazione: ridurre la fiscalità edilizia, che farà felici i costruttori, certo non darà beneficio alle casse dei Comuni, sempre carenti delle risorse necessarie a migliorare lo spazio e i servizi delle città. Purtroppo la legge ha dimenticato di farsi carico delle competenze che maggiormente afferiscono alla Regione, quelle che hanno a che fare con i costi delle bonifiche: così i suoli contaminati, presenti in molte città ed aree ex-industriali, continueranno ad essere una problema di cui nessuno vuole farsi carico.

 

Ma il punto più controverso della norma è quello relativo alle aree ed edifici agricoli dismessi: sono migliaia le cascine in mezzo ai campi o su colli e versanti montani che potranno essere convertiti a qualsiasi altra funzione, senza limiti di volume, anzi con facoltà di incremento delle superfici (fino al 20%), e anche senza una valutazione della compatibilità tra il nuovo uso urbanistico e la struttura rurale e aziendale del territorio agricolo, a parte l'esclusione di grandi centri commerciali e industrie. E, paradossalmente, anche per il riuso degli edifici agricoli è previsto lo sconto fiscale: ma sono proprio i complessi urbanistici isolati e distanti dai centri urbani quelli che richiedono maggiori costi per la dotazione di standard e servizi.

L'aspetto più grave della norma è la previsione della dichiarazione di interesse pubblico per ogni riuso di edifici agricoli. «Così si mettono comuni e province con le spalle al muro – dichiara Damiano Di Simine, coordinatore scientifico di Legambiente Lombardia –. Si potrà fare qualsiasi trasformazione di immobili agricoli, infischiandosene dei Piani di Governo del Territorio e perfino dei Piani Territoriali Provinciali: nessuna disciplina potrà sindacare i capricci di operatori che intendessero trasformare un nucleo cascinale in un centro massaggi, o in un complesso residenziale di pregio, o in una sede di uffici. Si tratta di una norma del tutto ingiustificata e da rivedere in modo sostanziale».

 

La rigenerazione urbana diviene pretesto per intervenire senza limiti sull'edilizia rurale: basta che gli immobili siano dismessi da almeno tre anni. Possiamo già immaginare le ondate di sfratti e mancati rinnovi di contratti ad agricoltori che non sono proprietari delle strutture entro cui operano, non appena la proprietà fondiaria fiuterà un business. La norma rischia di spalancare le porte alla speculazione edilizia e finanziaria: basterà avere un rudere per poter vantare diritti che poi, nella pratica, faranno a pugni con la possibilità reale di operare le trasformazioni previste in contesti agricoli. 

 

«Per noi la rigenerazione urbana e il recupero degli edifici in ambito agricolo sono cose serie e importanti, per questo chiediamo al Consiglio Regionale di rinviare le parti della legge che, al contrario, mettono a repentaglio la conduzione agricola e forestale del territorio agricolo: non si può confondere il recupero dell'edilizia rurale con la promozione di interventi che ne snaturano le funzioni» conclude Damiano Di Simine, coordinatore scientifico di Legambiente Lombardia.

Pubblicato il11 novembre 2019