L'amministratore della Lombarda Petroli colpevole di disastro ambientale


Condannati in appello anche i vertici della società per il disastro ambientale che nel 2010 sconvolse il Lambro. Lo ha stabilito la sentenza della Corte di Appello di Milano sull'incidente che riversò nel fiume 2600 tonnellate di idrocarburi nel fiume

“Soddisfatti a metà per questa sentenza”. Con queste parole Legambiente Lombardia ha accolto la lettura del dispositivo della sentenza della Corte di Appello di Milano che oggi, riformando parzialmente quella di primo grado emessa nel 2014 dal Tribunale di Monza, ha condannato per disastro ambientale colposo sia Giorgio Crespi, custode dell'impianto, sia Giuseppe Tagliabue, amministratore di fatto e di diritto del deposito di Villasanta (MB), da cui nella notte tra il 22 e il 23 febbraio 2010 fuoriuscirono 2600 tonnellate di idrocarburi che devastarono il corso d'acqua con danni che si estesero lungo tutto il suo tragitto, arrivando a colpire anche il Po e l'Adriatico.

 

“E' sicuramente positivo che la sentenza di oggi – dichiara Barbara Meggetto, Presidente di Legambiente Lombardia – abbia individuato i responsabili di uno dei più gravi disastri ambientali che hanno colpito la Lombardia negli ultimi 20 anni. Finalmente sono state attribuite specifiche colpe anche a chi dirigeva la Lombarda Petroli e non solo al custode dell'impianto”.

 

Quello del 2010 è stato durissimo colpo per il Lambro, un corso d'acqua che già versava in non buone condizioni e che ancora oggi attende politiche di risanamento e rilancio che appaiono lontane dal venire nonostante la sottoscrizione, da parte delle amministrazioni, del Contratto di Fiume.

 

L'associazione ambientalista, che si è costituita parte civile con gli avvocati Ilaria Ramoni e Sergio Cannavò, non nasconde la propria delusione per un procedimento che dopo più di 6 anni attende ancora la sentenza definitiva e che nel frattempo ha visto svanire nel nulla alcuni capi di imputazione, come ad esempio quello relativo allo sversamento abusivo, per intervenuta prescrizione e su cui pende l'incertezza dell'effettivo risanamento ambientale del fiume.

 

“Ci dispiace che questa sentenza sia arrivata dopo così tanti anni – conclude Barbara Meggetto – con la conseguenza di vanificare almeno in parte gli sforzi investigativi profusi da forze dell'ordine e magistratura, ma siamo ancora più rammaricati dal fatto che molto probabilmente chi si è stato riconosciuto responsabile di questo tragico inquinamento non sarà mai chiamato a risarcire l'ambiente e la collettività per gli incalcolabili danni arrecati al fiume e ai suoi habitat”.

Pubblicato il06 aprile 2016