Comincia oggi il IX Congresso di Legambiente Lombardia


Delegati da tutta la Lombardia per discutere del futuro ambientale della Lombardia

Nel futuro della Lombardia c'è anche il Mediterraneo, secondo Legambiente: il mare squassato da conflitti e rivolte alla cui radice c'è l'accesso alle risorse energetiche custodite dal sottosuolo dei Paesi arabi e nordafricani. Il congresso di Legambiente Lombardia, che comincia oggi nel capoluogo della provincia orobica, propone una visione e un ruolo della Lombardia come ponte tra due culture, due sistemi socio-economici: quella lombarda è infatti la principale metropoli del Sud Europa, e questa posizione implica l'assunzione di una responsabilità nei confronti delle sorti del Mare Nostrum.

 

“Le energie rinnovabili possono concorrere a tracciare una nuova geopolitica dell'energia, che disinneschi il potenziale esplosivo dei conflitti e offra una chance di democrazia e di sviluppo per il bacino del Mediterraneo – dichiara Damiano Di Simine, presidente uscente di Legambiente Lombardia - La Lombardia farebbe bene a immaginare un futuro che valorizzi questa grande opportunità, che implica grandi possibilità di investimenti e trasferimenti tecnologici nel segno della green economy: anche perchè se non saranno le imprese sane a muoversi, ci penserà la concorrenza, che in troppe aree del nostro Paese si chiama ecomafia”.

 

Insomma, c'è la crisi, l'aria è inquinata, le autostrade devastano la pianura, ma non ci si toglie il gusto di guardare ad un futuro migliore, qui a Bergamo, al congresso che nominerà i dirigenti che guideranno Legambiente nei prossimi quattro anni. Ma si sta anche con i piedi ben piantati nel presente, perchè la situazione di crisi pesa sull'economia, sulla società e anche sul terzo settore. E perchè Legambiente fa i conti con la sfida lanciata al precedente congresso, quella di fermare il consumo di suolo che in Lombardia ha assunto numeri di una gravità vertiginosa.

 

“Quattro anni fa abbiamo posto alla nostra Regione una questione fino ad allora affrontata solo in modo superficiale e propagandistico – insiste Di Simine - il suolo ci sta scomparendo da sotto i piedi, sostituito da distese di cemento. Oggi possiamo dire che sicuramente la questione è entrata nell'agenda politica, si parla di consumo di suolo con cognizione di causa e disponendo di dati oggettivi, ma le soluzioni sono ancora lontane: la nostra proposta di legge di iniziativa popolare è ferma da due anni in Consiglio Regionale, i politici di ogni parte e in ogni occasione si dicono d'accordo con noi, ma la legge non viene portata in aula. Adesso chiediamo alla politica regionale di prendersi le sue responsabilità: vogliamo un voto, a scrutinio palese, che ci dica chi davvero vuole fermare il cemento speculativo che divora la nostra campagna”.

 

Anche nella provincia orobica, in modo non dissimile dal resto della Lombardia, il cemento trasforma e deteriora il paesaggio: elaborando i dati recentemente pubblicati da ERSAF, si scopre che il suolo urbanizzato, che nei primi anni del boom economico era pari a 83 kmq (pari al 3,1% del territorio provinciale), nel 2007 era salito a 383 kmq (il 14,1% di tutto il territorio, montagne incluse). Detto in altre parole, nei primi duemila anni della nostra storia abbiamo occupato territorio fertile dell'attuale provincia di Bergamo al ritmo di 4 ettari all'anno, mentre negli ultimi cinquant'anni i campi sono scomparsi ad una velocità 140 volte superiore: 566 ettari ogni anno. Una cifra spaventosa, anche perchè indietro non si torna, sui campi coperti di cemento non si seminerà mai più grano, né cresceranno boschi. Ed infatti a sparire è proprio l'agricoltura: le superfici agricole in provincia di Bergamo coprivano 1154 kmq di territorio, nel 2007 il dato era crollato a 780 kmq: una perdita secca pari ad un terzo dell'intero territorio agricolo provinciale. Scorrendo il database di Regione Lombardia sugli usi del suolo dal 1954 ad oggi saltano agli occhi dati eclatanti in molti centri della provincia di Bergamo. E' il caso di San Paolo d'Argon, che nel dopoguerra occupava con il suo borgo una superficie pari a meno di 15 ettari, diventati 220 nel 2007, con una crescita del 1500%. O di Grassobbio, che era un piccolo centro di 11 ettari, diventati 380 nel 2007 con un incremento del 3200%. Per non parlare di Piazzatorre, cresciuta nello stesso periodo del 2000% a suon di seconde case per villeggianti, o di Verdellino, una crescita del 1700% tra lottizzazioni residenziali e capannoni.

 

Dati così gravi non hanno nulla a che fare con la crescita del benessere: probabilmente un giovane operaio del '54 non aveva un potere d'acquisto inferiore a quello di un giovane laureato del 2011, di sicuro aveva davanti a sé una prospettiva di sicurezza e di garanzie sociali che i giovani d'oggi non hanno. “Col cemento facile di questi anni non si è costruita vera economia – conclude Di Simine - ma pura rendita e concentrazione di capitali finanziari. Ora non possiamo permetterci di sprecare la crisi, l'economia lombarda ha bisogno di essere presidiata da nuove regole, che mettano al centro la sostenibilità ambientale e il lavoro, anche del settore edile, che nella green economy può cogliere una grande opportunità, riqualificando le città senza consumare nuovo suolo”.

 

L'Ufficio stampa Legambiente Lombardia

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Pubblicato il22 ottobre 2011