Parco Bassini di Milano: la caduta del Politecnico


Sui tronchi tagliati del ‘parco Bassini’ è inciampata l’eccellenza accademica nazionale: nel recinto del tempio della progettazione, qualsiasi oggetto sorgerà sull’area verde sarà macchiato dall’esito di un percorso progettuale tutt’altro che esemplare. 

 

A giudicarlo tale non sono i comitati, né i docenti indignati: il metro di giudizio è in quel Manifesto per la sostenibilità che si sono dati i Rettori delle Università italiane solo sei mesi fa. Pieno di sani principi, a maggior ragione per un ateneo in cui i temi del progetto urbano sono di assoluta centralità, il Manifesto afferma il valore del ‘legame col territorio’, dichiara di voler ‘supportare il decisore pubblico nelle scelte di investimento sulla città’, richiamando ad operare,‘anche con un forte coinvolgimento della componente studentesca, per la rigenerazione dei luoghi’, riducendo ‘gli impatti delle strutture universitarie in termini di consumi delle principali risorse’. Queste coordinate sono state tutte infrante in questo inizio 2020, che le Nazioni Unite hanno proclamato Anno Internazionale della Salute delle Piante, quando per abbattere gli alberi del campus si è fatto ricorso a un massiccio dispiegamento di forze dell’ordine. 

 

C’è chi ha chiamato in causa le grandi sfide, dal cambiamento climatico al consumo di suolo e alla perdita di biodiversità, per esprimere il biasimo nei confronti della dirigenza del Politecnico. Forse così si è perso il senso della misura, c’è un enorme salto di scala a segnare la distanza tra la nuova palazzina nel Campus Bassini e i grandi ‘sfondamenti’, per molte decine di ettari agricoli, di cui Milano discuteva appena un decennio fa, prima che venissero cancellati dai nuovi strumenti urbanistici. Ma ciò non attenua la gravità di una condotta accademica che ha fatto strame di qualsiasi sano principio di trasparenza e partecipazione alla valutazione dei progetti. 

 

Il Politecnico ne esce con le ossa rotte, con un pessimo giudizio di gran parte della sua comunità accademica e del quartiere. Anche il Comune, come soggetto regolatore delle trasformazioni, non ne esce bene: per non aver saputo mediare, per aver ceduto alle logiche feudali dell’Istituzione Accademica, lasciando che si cementifichi a Città Studi proprio mentre vi si affronta l’incognita sull’uso degli edifici che saranno abbandonati dal trasferimento del Campus Statale. E anche per non aver evitato un'apparente contraddizione, inspiegabile ai cittadini, tra le nuove piantumazioni del progetto ForestaMi con il mantenimento di ciò che già c'è. Oggi è il giorno dell’indignazione e della protesta, da domani occorrerà pensare a come risalire da questo colpo autoinflitto alla autorevolezza e credibilità delle più alte istituzioni milanesi. 

Pubblicato il09 gennaio 2020