IX Congresso Legambiente Lombardia - 22/23 ottobre


Leggi il discorso di apertura del Congresso del presidente Damiano Di Simine e le Mozioni Finali

IX CONGRESSO LEGAMBIENTE LOMBARDIA

La terra, l'acqua e le energie di una comunità: noi per la Lombardia e una Lombardia per tutti.

Fare della praticabilità delle nostre proposte l’elemento di radicalità estrema: non c’è nulla di più radicale di una soluzione concreta, applicabile, replicabile, in grado di rappresentare un’alternativa reale a quelle dominanti.

Non c’è posizione più estrema e radicale di una posizione che sta in campo.”

(dal documento per il congresso nazionale di Legambiente)

Relazione introduttiva del presidente Damiano Di Simine

Noi siamo qui per cambiare il mondo. Sono convinto che sia così, che noi siamo una parte della soluzione ai conflitti, alle contraddizioni e alla depressione in cui il mondo si sta muovendo.

Abbiamo voluto dedicare questo congresso a Laura Conti, una personalità che si colloca alle origini del nostro stare insieme, una milanese, o meglio una donna, come tante, accolta dalla comunità di Milano.

Lo abbiamo fatto non solo per onorarne la memoria, ma soprattutto per affermare una radice nella storia: abbiamo una storia, che si incarna nella vita e nelle scelte di impegno di persone vissute prima di noi e di altre che ne hanno raccolto l'eredità intellettuale e politica, un impegno mai scontato e sempre accompagnato dal dubbio, non il dubbio che paralizza le scelte, ma il dubbio cartesiano che accompagna l'avanzamento della conoscenza e costruisce un discorso sul presente, all'interno del quale le certezze sono date per un tempo limitato, destinate ad essere superate da nuove certezze, da diverse e più adeguate letture della realtà.

Questa è la lezione di Laura Conti, e di altri ed altre come lei che hanno voluto animare l'ambientalismo di un forte e dichiarato richiamo al metodo scientifico, rifiutando per questo ogni certezza ideologicamente preconfezionata.

Convivere con il dubbio, con la curiosità di esplorare e scoprire sempre un'altra verità, permette di liberarsi dai vincoli e dalle delusioni di un presente insoddisfacente per guardare al futuro del mondo, agli effetti delle scelte odierne, affrontando il rischio di mettersi in discussione.

Perchè se noi siamo qui, è perchè siamo affamati di futuro.

E se siamo insieme, se uniamo le nostre azioni e i nostri pensieri in una associazione, è perchè il futuro non vogliamo subirlo, ma contribuire a costruirlo, a partire dalla comprensione del presente.

Legambiente non è un discorso sul futuro, Legambiente è un progetto.

Questo è il congresso dei circoli Legambiente della Lombardia, la Lombardia è la nostra radice nello spazio e nella comunità del nostro Paese.

Non è un posto qualunque, dalla Lombardia dipende gran parte delle sorti del Paese che oggi rischia di ipotecare il futuro dell'Europa politica che ha contribuito a costruire. Siamo consapevoli di vivere, insieme ad altri dieci milioni di persone, in una parte d'Italia a cui il resto del Paese guarda, talvolta con speranza, talvolta con apprensione: la Lombardia può essere locomotiva, e quasi sempre lo è stato, specialmente dal punto di vista economico.

Oppure zavorra.

E la Lombardia è anche una zavorra, sotto il profilo della pressione sulle risorse ambientali e territoriali ad esempio, ma anche per quanto riguarda il contributo a costruire una classe dirigente all'altezza del compito di guida di un Paese che ha solide radici europee e una forte proiezione mediterranea.

Lombardo è il Presidente del Consiglio, lombardi i ministri economici, sia quello dell'Economia e Finanze, sia quello dello Sviluppo Economico, lombarda il ministro all'Università e Istruzione, a cui è affidato il nostro futuro culturale e tecnologico, lombardi sono la maggior parte degli esponenti della forza politica che tiene in piedi, non si sa per quanto ancora, il governo più imbarazzante d'Europa.

Poco di glorioso si può dire dell'opposizione, dove le indagini di magistratura hanno bloccato la scalata ai vertici del maggiore partito da parte del principale esponente lombardo. Diciamo che, da qualunque parte la si guardi, la classe politica espressa dalla Lombardia non è oggi all'altezza della crisi, e forse nemmeno dell'ordinaria amministrazione.

Ma lombarda è anche la presidente degli industriali, la voce più inattesa che si è levata a dire che il re è nudo, che le imprese italiane sono insofferenti e reclamano un governo diverso. Come lombarda è la voce del cardinale Tettamanzi, che ha saputo affermare una scomoda verità sulla integrazione di immigrati e rom in un momento in cui la politica della città di Milano -e non solo della maggioranza -era voltata da un'altra parte. E ancora lombardo è il milione di cittadini attivo in organizzazioni di volontariato e impegno civile, che incontriamo ogni giorno nel nostro agire. Come lombardi sono i cittadini che si sono accalcati alle urne dei referendum per reclamare la difesa di beni comuni e per esprimersi sul comune futuro energetico. Non perdiamo la fiducia nella società lombarda, che ha gli strumenti, le competenze e le volontà per intraprendere una strada di progresso civile: mai come oggi si è registrata una distanza così abissale tra la società e la sua rappresentazione politica, privata ormai anche del pilastro democratico del consenso, tanto che il termine 'casta' è divenuto popolare quanto appropriato per definire un ceto destituito di autorevolezza, che non può essere chiamato classe dirigente perchè non dirige altro che la propria sopravvivenza. Non vogliamo essere antipolitici, è una cultura che non ci appartiene, ma reclamiamo una politica che metta al centro la responsabilità: verso la comunità, verso l'ambiente, verso il lavoro. Non siamo antipolitici anche perchè la buona politica la vediamo ogni giorno nell'amministrazione locale, anche qui a Bergamo, incontriamo amministratori che dedicano grande impegno e professionalità al governo della cosa pubblica, incontriamo sindaci che accettano la sfida di risanare i bilanci senza consumare suolo, abbiamo incontrato proprio in questi giorni amministratori di parco che, con assoluto volontariato istituzionale, hanno accettato l'onere e la responsabilità di condurre il cambiamento di governance imposto dalla nuova legge regionale, sfatando quell'immagine dei parchi come carrozzoni burocratico. La buona politica c'è, in Lombardia ce n'è tanta, pur in assenza di una adeguata rappresentazione negli esponenti del governo nazionale come della sua opposizione.

Ma i problemi non sono solo a Roma. Anche il governo regionale della Lombardia, in altri momenti modello di efficienza e di organizzazione, mostra segni sempre più allarmanti di smottamento. La crisi economica rischia di far precipitare una situazione già malata: da tempo, ben prima della crisi, la locomotiva lombarda aveva rallentato la sua corsa.

Ad essere entrato in una crisi senza ritorno è lo stesso programma ideale su cui è stata impostata la lunghissima stagione politica del governo Formigoni, incarnato dalla parola 'sussidiarietà', che avrebbe dovuto, negli auspici del governatore, fare arretrare lo Stato dall'occupazione di ruoli che non gli competono, su cui la Società è maggiormente attrezzata e adeguata ad operare. Più società e meno stato, la formula magica ha dimostrato di poter funzionare, ad esempio nel campo della sanità e dei servizi alla persona.

Ma come spesso succede, la parabola di Orwell si è avverata anche in Lombardia, con una crescente invadenza della Regione e delle sue emanazioni in settori chiave e ben riforniti dalla finanza pubblica: dai grandi appalti pubblici alla mobilità collettiva, dalle infrastrutture alle gestioni aeroportuali, alle fiere e ai grandi eventi, quello che un tempo era l'aziendalismo di Stato si è rigenerato in veste regionale, riproducendo esattamente le stesse patologie, solo ad una diversa scala: profluvi di nomine, spesso in conflitto di interesse, sottoboschi di corruzione, consociativismi e accordi spartitori con l'opposizione, fino al grande ingresso nell'economia lombarda della criminalità organizzata, con le cosche 'ndranghetiste attratte sicuramente dai volumi di ricchezza, ma anche da un contesto di stabilità politica che produce fiduciari istituzionali collocati in postazioni garantite.

I poteri pubblici si sono effettivamente ritirati proprio da quelle posizioni che invece avrebbero dovuto presidiare nel modo più solido: quelle relative a controllo e regolazione, regolarmente liquidate come 'lacci e lacciuoli' di ostacolo alla libera espressione delle forze del mercato. Dalle polizie ambientali alle agenzie dotate di funzioni di accertamento e ispezione, in primo luogo l'ARPA, l'allentamento di controlli e verifiche ha reso ancor più vulnerabile la prevenzione e la repressione dell'illegalità e del crimine, soprattutto in campo ambientale, premiando i furbi e i detentori di capitali, anziché le aziende sane.

Lo Stato-regione si è ritirato dalle funzioni di ridistribuzione del benessere, dall'edilizia sociale ai servizi nei piccoli comuni.

Lo Stato-regione si è ritirato (ma lì forse non ci era mai entrato) dal governo del territorio, abbandonando lo spazio della città e della campagna alla speculazione finanziaria, e rimuovendo dal proprio orizzonte gli interventi sui territori più fragili, a partire dalle aree montane, salvo ricordarsene ad ogni riproporsi di calamità 'naturali'.

La stabilità si è trasformata in staticità, la locomotiva lombarda era già fortemente rallentata ben prima che scoppiasse la crisi. E la staticità ha come immediato riscontro il rallentamento nel miglioramento delle prestazioni ambientali, anche nel confronto con le altre regioni: lo testimonia il duro referto del nostro ecosistema urbano, la cui classifica da anni quantifica il crescente affanno delle città lombarde, un tempo dominatrici della classifica, nel reggere il confronto con le altre città italiane in tutti i settori, dalla mobilità ciclabile all'efficienza energetica, dalla raccolta differenziata alla depurazione delle acque.

E' anche nei fondamentali dell'economia che si coglie l'inappropriatezza delle ricette di sviluppo adottate, lo sfasamento tra scelte di politica economica e reali priorità del sistema, la sudditanza a logiche di collegio elettorale anziché ad una programmazione orientata ad obiettivi di miglioramento delle prestazioni dell'economia lombarda.

A quanti pensano che le nostre battaglie contro le nuove autostrade, contro la terza pista di Malpensa, contro un certo modo di concepire i grandi eventi siano scelte regressive e conservatrici, o addirittura anti-sviluppiste, rispondiamo con l'evidenza di una regione che deve scegliere altre priorità e altre direttrici di sviluppo. Soprattutto, che deve individuare molto bene le proprie priorità, perchè le infrastrutture possono e devono essere bene comune e risposta alla crisi. Ma possono anche essere aggravamento del debito pubblico, inteso sia come debito finanziario che come debito ambientale e territoriale trasmesso alle prossime generazioni. E' pura follia investire decine di miliardi di euro in nuove autostrade per una regione in cui il tasso di motorizzazione individuale è patologico, lo smog è una dannazione perpetua, la logistica delle merci è solo un pretesto per costruire capannoni e la dotazione di infrastrutture e servizi per il trasporto collettivo è distante anni luce da quella di qualsiasi altra area metropolitana europea. Anche se per farlo si elaborano complesse quanto fallaci alchimie finanziarie, che consegnano alle banche uno smisurato potere contrattuale.

La Brebemi è il più grande monumento alla dilapidazione di risorse economiche e ambientali, sottilineo economiche e ambientali perchè i due attributi non sono binomi escludenti, semmai l'esatto contrario.

Da anni ormai è chiaro in tutto il mondo che economia, società e ambiente sono i pilastri di qualsiasi prospettiva di progresso e di benessere, solo in Lombardia una ideologia che puzza di stantio, ma che è radicata nella classe politica, vede questi fattori in perenne conflitto.

Mai come in questa rovinosa crisi dell'economia e della finanza, è stato chiaro come la mancanza di una percezione del limite, per quanto riguarda l'accesso alle risorse naturali così come per quelle finanziarie, sia alla base della destabilizzazione dell'economia e della precarizzazione sociale.

La gravità della crisi nel nostro Paese è anche legata ad una percezione distorta della nostra posizione nel mondo e in Europa. Quella dell'Italia è una condizione di naturale privilegio, e all'interno del privilegio geografico dell'Italia, la metropoli lombarda gode di una posizione speciale: siamo, certo, la più meridionale delle grandi metropoli europee, lungo quella direttrice della produzione industriale e del benessere che parte da Manchester per abbracciare i Paesi Bassi, l'Ile de France, Colonia e la Baviera e debordare in Pianura Padana. Ma siamo anche, e chiaramente, la più grande concentrazione di popolazione e di economia dell'Europa Mediterranea. A sud dell'Europa e a Nord del Mediterraneo: una condizione che può fare di noi un ponte vitale tra due culture, o può relegarci ai margini di entrambe. La chiusura padana, il pensare un nord Italia arroccato sul proprio privilegio legato ai traffici che, nei secoli scorsi, l'industria e le banche lombarde hanno sviluppato con l'Europa Centrale, significa vedere solo una faccia, e non la più rilevante né la più contemporanea, del potenziale economico e strategico della nostra posizione in Europa. Ed ha significato, oggi lo vediamo chiaramente, andare incontro all'emarginazione dall'Europa: la Pianura Padana è un piccolo angolo privilegiato del mondo, diventato piccolissimo con l'emergere dei nuovi colossi asiatici. Il nostro benessere è in un vaso di coccio se non allarghiamo lo sguardo.

Questa grave miopia produce una forte distorsione della programmazione delle infrastrutture: mentre a nord della Lombardia la piccola Svizzera sviluppa una imponente politica di trasferimento del trasporto merci dalla strada al ferro, e all'interno di questa realizza la più grande infrastruttura ferroviaria mai progettata, per collegare il centro Europa al bacino mediterraneo, la Lombardia, del tutto inconsapevole di ciò che le sta entrando in casa, continua a progettare autostrade a casaccio, completamente destituite da un disegno organico, che paiono disegnate solo per collegare tra loro capoluoghi ed orticelli di collegi elettorali, anche se nella propaganda si richiamano al fondamentale quanto fantasmatico, corridoio 5, la più grande patacca partorita dalla UE. Abbiamo combattuto e continueremo a combattere contro lo spreco di denaro, di suolo, di energia, di paesaggio: è una battaglia giusta, dobbiamo farla, che le masse ci seguano oppure no.

Dobbiamo gettare lo sguardo al di sopra della nebbia: oggi il 'paese del sole' può mettere a frutto la sua posizione geografica, il Mediterraneo è in grado di avvantaggiarsi di un bene, l'energia rinnovabile, di cui dispone di più e con maggiore continuità rispetto al resto d'Europa. Non è una fonte energetica racchiusa in giacimenti regolati dalla mano militare, ma è a disposizione di una vasta platea di cittadini e imprese, a patto di disporre di una idonea infrastruttura a rete per la gestione e la trasmissione.

La produzione energetica da fonte rinnovabile del bacino Mediterraneo, insieme all'efficienza energetica dei processi produttivi, degli usi civili e della mobilità, costituiscono un grande pilastro su cui appoggiare la fuoriuscita virtuosa dalla crisi, in cui l'Europa deve tenersi insieme, e solidarizzare con i popoli delle altre sponde del Mediterraneo che stanno attraversando un difficile passaggio epocale dagli esiti sempre meno scontati, per dotarsi di un vantaggio competitivo da amministrare nel confronto con le potenze emergenti. Non stiamo parlando di utopie, ma di qualcosa che sta già succedendo, ma che senza una regia rischia di essere vanificato. Non possiamo lasciare che il controllo delle infrastrutture energetiche finisca nelle mani di mafiosi e speculatori, non possiamo permettere che il nostro mezzogiorno perda anche questa opportunità, così come non possiamo accettare nuovi conflitti armati nel nostro mare per il controllo delle risorse e delle reti energetiche. L'ingresso dell'illegalità ambientale nella green economy va contrastato ovunque si manifesti, in modo energico, dalla Sicilia alle Alpi: per questo anche nel campo delle energie rinnovabili non saremo mai compiacenti con scorciatoie e furberie, vogliamo che i settori legati all'economia ambientale crescano con la schiena diritta, in un contesto di sana e trasparente programmazione in rapporto al territorio, perchè è a questi che affidiamo una parte rilevante del nostro futuro benessere.


C'è bisogno di noi, c'è bisogno di Legambiente, perchè oggi siamo più in grado di altri di fornire risposte. Perchè da sempre abbiamo messo in conto questa crisi, che è anche una crisi determinata dall'eccesso di sfruttamento delle risorse naturali, dalla speculazione ai danni di quei beni comuni la cui difesa sta scritta nel nostro patto fondativo. Perchè siamo una risorsa e una infrastruttura sociale utile alla ripresa economica nel segno del ben-essere.

E abbiamo bisogno di portare il nostro bagaglio, la nostra cultura ambientalista, al confronto con le istanze e le proposte di altri frammenti di una società che oggi condivide l'imperativo di governare la crisi per non sprecarla. Dobbiamo avere una maggior capacità di dialogare per condividere e proporre soluzioni. Non dobbiamo temere il confronto dispari, ma farcene carico per produrre proposte che sono tanto più spiazzanti ed efficaci quanto più provengono da mondi distanti.

La consapevolezza della notevole potenzialità della green economy è ormai radicata nella società e nel sentire comune, realizzando un terreno fertile su cui costruire inedite alleanze.

E' quanto siamo riusciti a fare a Milano, costruendo un tavolo di lavoro tra Legambiente, costruttori di ANCE e delle cooperative edilizie, con ACLI, ARCI e Libertà e Giustizia: insieme ci siamo confrontati sulle diverse visioni di città e abbiamo scoperto che la green economy offre nuovi punti di contatto, che l'idea di una città che ricostruisce sé stessa con nuovi materiali e tecnologie in edilizia, per raccogliere le sfide della sostenibilità, senza occupare nuovo suolo agricolo, che aumenta l'intensità delle relazioni riducendo la domanda di mobilità privata, che concepisce ecoquartieri ed edilizia di alta qualità anche per il segmento sociale, tutte queste idee possono stare insieme, con reciproco vantaggio. Insieme abbiamo condiviso che questa è l'unica vera scommessa per uscire dalla crisi in modo virtuoso, evitando che ad avvantaggiarsi dell'attuale situazione siano i capitali speculativi e le imprese colluse con la criminalità mafiosa, che ahinoi spesso sono le uniche a disporre dei capitali necessari a non crollare sotto il peso della crisi. Insieme abbiamo presentato, ad una politica divisa, una proposta organica di revisione del piano urbanistico cittadino, partendo dall'assunto che la città deve tornare ad essere un bene comune, e non può essere altrimenti.

Con lo scorso congresso Legambiente in Lombardia ha voluto portare al centro del dibattito e all'agenda politica il tema del consumo del suolo. Si è trattato di affrontare una vera rivoluzione culturale sulla sostenibilità degli usi del suolo, nella regione dove la patologia è più conclamata. Abbiamo parlato di urbanistica, di paesaggio, di brutture architettoniche, di biodiversità, di perdita di suoli agricoli.

Ma, e qui sta la novità, abbiamo parlato di questi temi, tenendoli insieme, con il suolo al centro, come di una risorsa naturale non rinnovabile e non sostituibile, come bene comune, connaturato ad una comunità che abita un territorio e che rivendica la tutela del proprio habitat esistenziale, ad un popolo per il quale esso è base dell'autonomia alimentare, alla comunità del vivente che grazie ad esso può esprimersi nella sua diversità. Legambiente ha saputo offrire alla Lombardia una sfida politica ma anche un rilevante terreno di dibattito culturale, innovativo nel panorama europeo e consolidato dalla costituzione di un Centro per la Ricerca sui Consumi di Suolo (CRCS), fondato insieme all'Istituto Nazionale di Urbanistica e appoggiato dal Politecnico di Milano. A quattro anni di distanza possiamo vedere il bicchiere mezzo pieno: il tema del consumo di suolo è entrato a pieno titolo nell'agenda politica della Lombardia, e in ciò rivendichiamo un nostro ruolo.

La sfida di veder approvata, in Lombardia, la prima legge regionale di tutela del suolo è però ancora aperta, il suo esito non è scontato, perchè dipende dalla sovranità del Legislatore regionale, ma dipende anche da noi, da quanto sapremo mantenere viva l'attenzione su questo tema, con confronti, dibattiti e vertenze, prima di tutto sul territorio, il luogo in cui si forma il consenso.

Ma attenzione: la nostra non è una battaglia appostata su posizioni di conservazione. La nostra è una sfida sul futuro delle città. Abbiamo scoperto il valore della città parlando della campagna erosa dalle cave, dalle discariche, dalle autostrade, dai capannoni, dai cinema multisala, dai centri commerciali: frammenti di città fuori dalla città. Abbiamo scoperto che il consumo di suolo non è solo cementificazione di campi, ma svuotamento dell'anima dei paesi, dei borghi, della città. Che ogni nuovo centro commerciale in mezzo alla campagna significa deportazione di vita e di cultura, desertificazione di un centro storico o di un quartiere. Nella perdita del paesaggio urbano tutto si tiene: il danno ambientale con la disgregazione sociale e l'insicurezza, la crescita di traffico e smog con la crisi di identità di una comunità sempre meno capace di ritrovarsi e stabilire relazioni, tra i propri membri e in rapporto al territorio.

E ci siamo detti che se perdiamo quel tessuto, quei nuclei di vita urbana, ci giochiamo la nostra identità, il nostro vivere in un posto speciale. L'ambientalismo del XXI secolo è l'ambientalismo delle città, dei paesi, dei quartieri, dei condomini. 'Fermare il consumo di suolo' racchiude una visione di futuro per la città, che recuperi le centralità urbane protagoniste dell'identità europea. La volontà di fermare il consumo di suolo non si riduce ad un intento di conservazione, non ci basta salvare la campagna dall'invasione del cemento. La sfida è tutta in positivo: fermiamo il consumo di suolo per tornare a costruire la città come spazio dell'abitare, della relazione umana, dell'economia, della produzione culturale. Ripeto il concetto: stiamo parlando di una città che torni ad addensare relazioni, ricercando la qualità dello spazio costruito, migliori prestazioni energetiche, più benessere abitativo e servizi, primi fra tutti quelli di mobilità sostenibile: occorre tornare alla città come luogo attraente, dove vivere conviene, e la cui aria, come un tempo, rende liberi.
Noi diciamo che la storiella per cui il cemento produce ricchezza si è rivelata un
enorme falso storico. Ce lo dicono i dati recentemente pubblicati da Regione Lombardia: nel 1954, mezzo secolo fa o poco più, in Lombardia le aree coperte da cemento erano 100.000 ettari. Nel 2007 questo valore ha raggiunto i 336.000 ettari. Detto in altre parole: nei suoi primi 2000 anni di storia, la attuale Lombardia ha certo costruito borghi case e città, e lo ha fatto al ritmo di 50 ettari l'anno. Negli ultimi 50 anni invece, la velocità con cui si è riempito il territorio di costruzioni è stata di 4500 ettari l'anno: un valore 90 volte superiore! Ma dove è finita tutta la ricchezza prodotta da questo ciclo accelerato di cementificazione? Si è tradotta in maggior benessere? Forse un giovane operaio industriale degli anni '50 aveva meno potere d'acquisto e meno sicurezze sociali di quante ne abbia un giovane laureato degli anni 2000, o è vero il contrario? Siamo certi solo di una cosa, che i giovani d'oggi vivono in una Lombardia che ha perso un quarto del proprio territorio agricolo, e non possiamo lasciare che i giovani del 2050 piangano la scomparsa di un altro quarto. Perchè i quarti sono solo quattro.

E il legislatore che fa? A parole, nei tanti dibattiti pubblici che abbiamo realizzato nel territorio, i politici di ogni parte politica hanno comunicato il loro consenso alla nostra proposta di legge. Ma allora perchè la proposta di legge è ferma in Consiglio regionale da due anni? A questo punto siamo disposti ad accettare il rischio: si porti al voto la legge, e lo si faccia in modo palese, così che tutti possano sapere chi è davvero determinato a fermare il consumo di suolo!

La campagna per il suolo ci ha portato a misurarci da vicino con la battaglia per i beni comuni: beni che appartenengono a una comunità, per questo carichi di valore per quella comunità, e non beni pubblici. Parlare di beni comuni significa mettere insieme due battaglie: la battaglia per i diritti, che significa garantire a tutti l'accesso al bene, e la battaglia per consolidare una responsabilità intorno a quel bene, che è limitato e deve essere custodito attraverso regole condivise e scelte responsabili di consumo. E' la nostra battaglia.

Il suolo è un bene comune fondamentale.

L'energia deve tornare ad esserlo, dopo 150 anni di monopoli del petrolio imposti con la violenza e la sopraffazione dei popoli, per il controllo dei giacimenti e delle infrastrutture petrolifere.

L'acqua deve diventare un nuovo fronte di impegno. Il referendum ha stabilito la volontà degli italiani di veder assicurata la gestione pubblica dei servizi d'acquedotto, e il risultato della consultazione va difeso. Ma ora bisogna passare dalla rivendicazione del diritto al governo responsabile della risorsa. Questa parte della battaglia per l'acqua ci compete, specialmente in una regione che su questo aspetto accusa pesantissimi ritardi.

Le condizioni della risorsa idrica nella nostra regione sono estremamente gravi. Troppi abitanti della Lombardia hanno perso il diritto di recarsi ad un fiume degno di questo nome, di tuffarsi nelle acque pulite di un lago, di vedere scorrere le acque di un torrente montano asciugato dalle captazioni, per non parlare delle condizioni delle nostre falde acquifere. Il governo della risorsa idrica presuppone di farsi carico non solo dell'acqua che esce dal rubinetto, ma di quella che finisce nei nostri scarichi, e da qui nelle fognature e, quando ci sono, nei depuratori. Lo stato disastroso delle risorse idriche è legato alla obsolescenza delle nostre fognature, all'inaffidabilità del collettamento e della depurazione, al cattivo uso che facciamo dell'acqua nelle nostre case. Mettere mano al sistema scolante della Lombardia significa programmare investimenti di dimensioni enormi, realizzare una enorme infrastruttura a rete, ripensare il sistema idrico delle nostre case e dei nostri quartieri. Si tratta di una infrastruttura prioritaria e necessaria, quanto e più delle infrastrutture di trasporto. Il cantiere dell'acqua in Lombardia deve potersi aprire, con adeguate dotazioni di risorse: individuare la copertura di questi costi, vigilare sulla corretta allocazione di risorse, tenere lontani gli interessi criminali, significa anche alimentare una delle nostre ricette per l'emersione dalla crisi economica.

E deve essere chiaro che le risorse non possono che derivare da adeguate tariffe d'uso e fiscalità di scopo, che penalizzino sprechi ed inquinamenti, premiando comportamenti virtuosi.

Dobbiamo farcene carico, per noi e per chi verrà dopo di noi, perchè sulla nostra testa e su quella dei nostri figli non grava solo un debito finanziario, ma anche un debito ambientale, connesso a tutto quello che avrebbe dovuto essere fatto e non è stato fatto: dalle bonifiche dei siti contaminati allo smaltimento dell'amianto al risanamento delle acque. Il pensare alle infrastrutture solo in una logica stradale ci ha fatto dimenticare che anche l'infrastruttura di risanamento ambientale è un'infrastruttura strategica, i cui oneri non possiamo continuare a rimandare alle future generazioni.

La sfida ambientale del XXI secolo è anche e soprattutto questo: una battaglia, impostata su vertenze e su solidi argomenti, che segnali le vere priorità, che contrasti le opere sbagliate, che presìdi il bene comune, che incida sui comportamenti di mercato, sulle scelte di mobilità, sugli stili di vita. E' una battaglia per non sprecare la crisi, per non replicare gli errori che alla crisi ci hanno portato ad entrarci, nella crisi. E' enorme il ruolo che in tutto ciò riveste l'educazione, a scuola ma non solo: quando parliamo di modificare gli stili di vita e di consumo stiamo parlando di una missione che richiede grandi energie, creatività e capacità di comunicare. Ma soprattutto di essere dentro la comunità, perchè è nel corpo a corpo che si diventa credibili. Internet e i social network aiutano enormemente, dilatando possibilità e spazi in una misura in cui l'unico limite è il tempo che siamo disposti ad investire come terminali umani di una rete elettronica. Ma nulla può sostituire la relazione di vicinato, il contatto fisico, il ben-essere insieme, non in un non-luogo del cyberspazio, ma nel qui e ora della nostra esistenza concreta. La nostra scelta di essere associazione territoriale, calata nello spazio e nelle relazioni delle nostre città e paesi, è una scelta strategica e connaturata alla Legambiente della Lombardia, non siamo disposti a farne a meno ma solo ad aumentare la presenza e il radicamento locale dell'associazione, così come la rappresentanza dei territori negli organi dirigenti di Legambiente. La relazione educativa si incarna nella quotidianità dell'essere circolo Legambiente, nel pensare in ogni momento che chi svolge una attività o una rappresentanza associativa debba proporre con il proprio comportamento un modello da seguire. E in Italia oggi c'è bisogno di ritrovare dei modelli, visto che la politica ai suoi livelli più alti ci propone un campionario bestiale di modelli anti sociali, che va dagli orchi, ai corrotti, agli impuniti.

Il nostro stare insieme nel presente, il nostro costruire legami associativi, sia una parte dell'idea di futuro che desideriamo, che sperimentiamo e che proponiamo a chi ci osserva. Non si tratta di essere super-uomini o super-donne, ma uomini e donne pienamente responsabili delle conseguenze delle proprie scelte e dell'essere organismi all'interno di una comunità. Ma anche aperti al confronto dispari, con chi ha altre priorità, altre missioni di rappresentanza, siano esponenti di organizzazioni di categoria, sindacati, enti di promozione sociale, oratori e parrocchie come circoli culturali. E' un confronto che arricchisce nel mettere alla prova le nostre convinzioni e porta a nuove consapevolezze, perchè la sostenibilità non può essere quella di una elite che si crogiola di essere più sostenibile di un'altra, ma una costruzione culturale condivisa.

Nella cura delle relazioni, diventa sempre più importante farsi carico del ricambio. In una società che emargina e precarizza i giovani, noi dobbiamo invece accoglierne l'entusiasmo, l'intraprendenza e la progettualità. Chi ha avuto – dalla vita, dall'esperienza professionale, dalla politica – deve dare e trasmettere. Per fortuna sono sempre meno, anche se uno zoccolo duro resiste, i circoli che vivacchiano all'ombra di un leader maximo imperituro che si crede eterno giovanotto: anche se con fatica (ma la trasmissione dei saperi e delle relazioni è un mestiere faticoso), il ricambio e l'affiancamento è un dato che si riscontra sempre di più nei nostri circoli, e dobbiamo rendere leggibile nella nomina del nuovo direttivo, che vorrei fosse una reale espressione delle personalità che sono sorte dalle mille battaglie, vertenze e progetti che Legambiente accompagna nei territori.

In questo congresso, non darò l'esempio, dal momento che mi ricandido per il prossimo mandato, con il sostegno della squadra che mi ha affiancato e che ringrazio, perchè governare una macchina complessa come Legambiente non è impresa che si possa portare a termine con un uomo o una donna sola al comando. Devo ringraziare Barbara Meggetto, infaticabile direttrice e tessitrice della rete dei circoli, Marzio Marzorati, che getta sempre lo sguardo un po' più in là là e che ha permesso al regionale di sviluppare una progettualità che consolida l'autonomia anche politica di Legambiente Lombardia, Sergio Cannavò, indispensabile 'spalla' sul versante dei contenziosi e delle vertenze, Mario Petitto, che è qualcosa di più di un normale responsabile dell'ufficio stampa, a tutti i collaboratori e le collaboratrici dell'ufficio che vorrei elencare nome per nome, i volontari e in particolare gli stupendi giovani del servizio civile. E devo ringraziare anche quel 'volontariato della competenza', un volontariato senior di persone che oggi mettono il loro ritrovato tempo, ma soprattutto le enormi competenze sviluppate nell'esperienza professionale, a disposizione dell'associazione con spirito di donazione.

Posso però dirvi che considero un obiettivo anche personale quello di realizzare le condizioni affinchè si creino condizioni e spazi adeguati ad accogliere il desiderio di emergere, nella leadership associativa, di nuove figure, e vorrei farlo con un allargamento e una crescita di collegialità del gruppo di dirigenza, e con meccanismi che rendano agevole l'inclusione e l'affiancamento di nuovi dirigenti che emergono nel corpo dell'associazione e nei territori.

Abbiamo bisogno di perseguire il continuo rinnovamento, anche al vertice, perchè noi siamo una associazione di persone, ma siamo anche e soprattutto, nell'insieme, una infrastruttura sociale indispensabile al futuro di questa nostra regione.

Dobbiamo evolvere continuamente, perchè la nostra evoluzione ed efficacia è un pezzo non secondario del futuro della Lombardia.

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Pubblicato il12 ottobre 2011